domenica 8 novembre 2009

Nel paese delle creature selvagge.

Qualcuno forse ricorderà un mio precedente post dai toni quasi entusiastici, qui, scritto dopo aver visto il trailer di questo film.
Be', capita di fare ammenda. Lo trovo onesto, ma in un caso simile penso sia addirittura doveroso.
Ogni storia in cui un bambino si perde in un mondo immaginario vuol essere, spesso consapevolmente, la rappresentazione del lato onirico, inconscio, nascosto, del bambino stesso. E attraverso il bambino, della "capacità di immaginare" dell'autore. Gli esempi, nel cinema come nella letteratura, talora ben riusciti, sono dozzine. Ma poiché ogni fantasia infantile è unica e irripetibile, la rappresentazione che se ne fa promette in genere (era anche questo il caso, all'inizio) un viaggio altrettanto unico e irripetibile. Questa promessa di unicità è indubbiamente mantenuta anche da "Nel paese delle creature selvagge". Peccato però che il viaggio in questione si svolga in un territorio dove un distruttivo non-senso regna incontrastato. Le "creature selvagge" sono solo apparentemente buone. Alcune sono spaventevoli e gratuitamente cattive. Ma la cosa più preoccupante è che molte di esse sembrano la rappresentazione della malattia mentale. Il dialogo è dissociato, sconnesso, nonostante i patetici tentativi della sceneggiatura di travestirli di originalità. A ciò si aggiunge come aggravante l'evidente compiacimento della patologica contraddittorietà che anima il dialogo, in particolare fra le creature e il piccolo protagonista. Chiunque abbia scritto questa storia fa una gran confusione fra il linguaggio delle immagini della fantasia infantile e un guazzabuglio caotico privo di coerenza. Sarebbe fin troppo facile ribattere che non c'è logica nella fantasia, ma non è affatto così. La fantasia non è certo territorio della razionalità, ma ha una sua coerenza armonica, non dissonante, espressa soprattutto nella rintracciaibilità intuitiva di un "senso" irrazionale, ma molto preciso, che le immagini hanno.
Purché, ovviamente, tali immagini si generino in un contesto di sanità. Va detto, chiaro e forte.
Questo è il viaggio di un bambino disturbato. Un bambino che ha perso il padre, che non riesce a costruire un rapporto con una madre più o meno assente, e che l'ideatore di questa storia condanna a una fuga in un caos emozionale che non può assurgere (come invece sembra pretendere il film) a modello di rivolta fantasiosa e vincente.
La rappresentazione di un'infanzia distruttiva e perversa. Senza scampo. L'origine palese del fallimento adulto. Tutto il contrario di ciò che l'infanzia è o dovrebbe riuscire ad essere.
Avremmo forse dovuto prestare più attenzione al fatto che questo regista aveva già firmato il patologico "Essere John Malkovic".
A differenza dei tanti bambini presenti, che guardavano raggelati un film che su molti di loro avrà effetti tutt'altro che positivi, chi vi scrive ha abbandonato la proiezione poco prima della fine, di fronte all'ennesima battuta dissociata.
Sbagliando, s'impara.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

non ho visto il film..ma mi interessa particolarmente, perchè stavo scrivendo un libro che, dal significato incoscio che come dici tu permea questo film come tanti altri, è molto simile. (ma io lo avevo appena abbozzato maledizione)
Un bambino lasciato a se stesso, che soffre perchè è solo, perchè non ha modelli da seguire, e che ha un dolore che lo dilania in fondo senza che ne sia consapevole è UN BAMBINO DISTURBATO. un bambino che come unico modo di sopravvivere ha fuggire in un mondo fantasioso che lo tragga completamente fuori dalla realtà. Uno degli esempi più lampanti sono gli amici immaginari dei bambini che si sentono soli..l'idea stessa di un bambino che immagini di sentire un personaggio che effettivamente non c'è, che ha un suo carattere..l'idea che lui ci creda veramente, che lotti per far riconoscere la presenza di questo "amico" ai genitori o amici, non è di certo naturale, e se non affrontata può portare ad un allontanamento dalla realtà. eppure molti bambini riescono ad avere questa immaginazione e a lasciarla quando si sentiranno in grado di affrontare la realtà..
spesso senza l'aiuto di nessuno. questo grado di consapevolezza non è da sottovalutare.
i bambini non sono così semplici e naturali come sembrano, non sono in grado di dimostrare tutte le sottili sfumature del loro essere che effettivamente ci sono, e che ci saranno per tutta la loro vita..non è poi così scontato rappresentarle. oltretutto da quello che dici te li presenta esattamente come li avverte il bambino..con un non senso incontrastato..proprio perchè il bambino è così, non capisce ciò che sente, lo sente e basta..ha sfaccettature di se stesso che lo travolgono..e solo quando riuscirà finalmente anche solo a percepire e a modificare questo insieme di fantasie in modo più sensato, con un suo filo conduttore, sarà perchè effettivamente comincia a crescere, a creare una struttura che sarà il suo essere adulto. è questa la differenza tra bambino e adulto, per me rappresentata in quel film.

Francesco Troccoli ha detto...

Sì, un "bambino disturbato", è appunto quello che ho scritto nel mio post in effetti. Non nego (né pertanto sottovaluto) che questa rappresentazione significhi questo. E' che non mi piace l'idea di fermarsi a rappresentarla come tale nella sua immobilità, nella presunzione di immutabilità di una simile situazione (il disturbo, per non dire 'la malattia'). Io penso che non molti, bensì tutti i bambini abbiano questa capacità di immaginare; il problema nasce quando essa viene compromessa (ovvero distorta) e soprattutto quando tale comprosmissione (o distorsione) viene celebrata, come pretende di fare il film. Cosa c'è da celebrare nella malattia e nelle sue espressioni? Nulla. Semmai, c'è da intervenire. Curare.
I bambini non possono essere semplici perché sono esseri umani e come tali sono complessi. Che non siano "naturali" non so esattamente cosa significhi nella tua accezione: io penso che lo siano se sono sani, nel senso che la natura umana è fondamentalmente sana. Poi, se appunto c'è il "disturbo" tale sanità si perde. Ma si può recuperare, e per quanto ne so è tanto più facile quanto più si è bambini e quindi nona ncora troppo "compromessi". Il bambino non capisce ciò che sente, dici? Non so cosa dire su questo. Mi chiedo se sia necessario capire ciò che si sente, e me lo chiedo anche per noi "adulti". Ha sfaccettature di se stesso che lo travolgono? Ohibò, e perché mai? Penso che se c'è "travolgimento" c'è qualcosa che non va; insomma, da qualunque parte prendiamo la questione arriviamo sempre allo stesso punto. Alla malattia e alla necessità di cura che ne deriva.
Un'ultima nota: non penso che la malattia, il disturbo, possano regredire o guarire "creando una struttura dell'essere adulto". Talora invece, al contrario, mi risulta che proprio l'insorgenza di questa struttura (in genere imposta o proposta dall'esterno, leggi: educazione, legge, etica o comunque razionalità) possa causare altri problemi o aggravare quelli esistenti. L'immaginazione dovrebbe essere tenuta libera di agire sempre, anche in età adulta, ovviamente coesistendo con una razionalità che è pur sempre necessaria, ma senza che fra le due vi sia scissione. Purché, appunto, quell'immaginazione sia "non disturbata".
Visto che il tema è piuttosto delicato, qualora tu abbia voglia di continuare a discuterne, e poiché il tuo è un commento anonimo, ti prego infine di volerti firmare :-).
P.S. hai detto all'inizio del tuo post che non hai visto il film... poi alla fine hai detto che cosa secondo te il film rappresenta... perché non mi torna? Forse per continuare a discuterne, dovresti prima andare a vederlo.

Elisa ha detto...

ehehe...ho detto che non ho visto il film in effetti, è vero. mi pareva interessante ed ho letto la trama, la critica..scoprendo che era esattamente ciò che avrei voluto raccontare in un mio libro..questo passaggio del bambino da una infanzia che gli crea difficoltà, ma che non riesce ad affrontare perchè non gli vengono mostrati gli "strumenti" per farlo.. a prendere, anche solo in parte, coscienza dei propri sentimenti..
proprio perchè è ciò che all'incirca anch'io ho affrontato come storia personale.
Io però, sono riuscita a passare queste situazioni solo rifuggendone completamente..e questo modo di fare ovviamente da adulto ha avuto le sue ripercussioni..
la fantasia (anche se nel mio caso si trattava di leggere, e non di immaginare di mio, cosa ben differente) è stata la mia salvezza in quel momento..e la mia rovina poi. perciò volevo affrontare la cosa in maniera differente..creare un libro in cui si racconta di un bambino che, con la fantasia generata dalla propria immaginazione, più che fuggire e basta, potesse si difendersi, ma anche esprimersi..e capirsi.

non ho visto il film perchè non volevo esserne influenzata..ma forse dovrei, hai ragione ;)
ciò che volevo fare con il mio commento non era tanto difendere il film, quanto ciò che rappresenta..
la fantasia di un bambino disturbato, che può diventare ciò effettivamente lo porterà a capirsi e sostenersi..un incoscio che si mostra con dolore, rabbia, frustrazione (e non sono poi i personaggi di cui parlavi, così strani e gratuitamente cattivi?), come personaggio reale per il bambino..e già il fatto che prenda corpo, così come l'amico immaginario, darà modo al bambino di esprimersi, dargli effettivamente un suo valore, riconoscerlo..fino a che il bambino non si sentirà in grado di affrontare la realtà, abbandonando o affrontando la propria fantasia.

questo perchè un bambino solo, ahimè, molto spesso non viene riconosciuto come abbandonato a se stesso, dai propri genitori. e rimarrà abbandonato così, finchè non diventerà adulto, con il suo bel peso da affrontare.

allora sebbene sia solo una speranza..a volte preferisco affidarla alla forza dei bambini, più che all'intelligenza degli adulti.

(ti chiedo scusa se magari il commento non sarà molto chiaro, ma l'ho scritto in un momento non proprio adatto..dimmi pure se ci sono parti non chiare..)

Francesco Troccoli ha detto...

Non so esattamemte a cosa tu ti riferisca parlando di te, e non te lo chiederò. Ho il massimo rispetto per la tua esperienza personale qualunque essa sia. Né sono un professionista della materia, per cui mi sento di poter parlare (e comunque entro certi limiti) del film che ho visto, e per il resto preferisco non osare. Mi viene solo da dire (e augurarti) che magari il tuo modo di rappresentare la fantasia infantile sarà migliore, nel tuo libro, di quello del film. Aggiungo solo, non so come la pensi tu in merito, che un inconscio pieno di rabbia, dolore e frustrazione non "guarisce" con uno fuga in un immaginario più o meno malridotto, ma (la pongo come domanda, beninteso) forse ha bisogno di un aiuto un po' più concreto. Parlo del ragazzino del film, ovviamente.

Elisa ha detto...

nessuna persona, neanche da adulta, se non ha i mezzi, la conoscenza e abbastanza maturità, riesce ad affrontare pienamente se stessa, i propri problemi e le proprie responsabilità..e quindi rifugge da se stesso.. mentendosi, illudendosi, o con qualsiasi altro mezzo che trova dentro se stesso e all'esterno.
allo stesso modo il bambino del film come qualsiasi altro, se non gli vengono dati i mezzi per affrontarlo, finchè non si sentirà pronto, rifugge dal dolore e dalle proprie paure..
è un comportamento del tutto naturale.
e da quello che ti ho scritto nel post, ho chiarito come per me, il mondo immaginario di un bambino può diventare da difesa, anche "arma" positiva.