giovedì 15 ottobre 2009

District 9.

Ne avevamo parlato in precedenza (consiglio di leggere qui), e dopo averlo visto (finalmente!), si può ben dire che il primo lungometraggio di Neill Blomkamp non delude le pur elevate aspettative. Per certi aspetti anzi le supera (Nota: questa recensione contiene spoiler).
Sin dalle prime immagini, crude e dirette (forse un po’ splatter in alcuni passaggi), si viene catapultati nell’orrore del distretto nove. La zona in cui gli alieni sono confinati è amministrata e controllata dalla Multi-National United (MNU), un’azienda privata ispirata da un’intrinseca cattiveria da cliché che è del tutto funzionale ai toni grotteschi e caricaturali del film. Con uno stile documentaristico che contraddistingue tutto il primo tempo, la ricostruzione dell’arrivo e della ghettizzazione degli alieni è svolta con un realismo impressionante che rimanda a quanto si è visto o letto (il poco che passa, in realtà) sui fatti che accadono alle frontiere marittime d’Europa negli ultimi anni. Alle masse dei disperati, sporchi e maleodoranti, privati della loro identità, bisognosi di aiuto, provati da viaggi esasperanti. Per via dello studiato caos di immagini da cui lo spettatore del documentario tenta una ricostruzione dei fatti, sono poche le informazioni sulla società e sulla cultura degli alieni, sulla loro divisione fra gruppi a diverso grado di intelligenza (i “fuchi” e i capi – si noti che il sesso degli alieni non è mai specificato), e sui motivi per cui sono finiti sulla terra. Intorno agli alieni si crea così un alone di mistero che a un tempo contribuisce ad alimentare la curiosità dello spettatore e a spiegare il timore e l’odio dei terrestri, e a dare ad esso una parvenza di fondamento. Gli alieni possiedono un elevato grado di sviluppo tecnologico, armi molto evolute e conoscenza superiore a quella umana, eppure sono sottomessi, imprigionati, considerati inferiori. Anche questo paradosso ricorda da vicino la realtà dei nostri giorni.
A governare la situazione viene messo un inesperto e ingenuo funzionario MNU, Wikus Van De Merwe, che durante la deportazione degli alieni residenti nel distretto (che viene condotta secondo tecniche che risultano anch’esse molto familiari e attuali) viene accidentalmente infettato da un liquido misterioso, una sorta di bio-carburante (la tecnologia aliena è basata sulla loro biologia) che inizia a indurre una inesorabile modificazione genetica. A questo punto il documentario trapassa nella narrazione in presa diretta, e quasi non ci si accorge di questa particolare specie di montaggio. Il braccio di Wikus diventa completamente alieno nel giro di pochi giorni, e così il protagonista si ritrova al centro della più classica trama complottistica, per la sua compatibilità, unica fra gli esseri umani, con le armi e i manufatti alieni. Wikus viene additato come traditore, screditato agli occhi della moglie e del pubblico, ed è costretto a rifugiarsi nell’unico territorio in cui può sentirsi al riparo: il Distretto 9. In una disperata fuga da tutto e da tutti, terrorizzato dalla rapidità della sua mutazione, perseguitato dagli uomini e respinto dagli alieni, l'uomo deve vedersela anche con la mafia nigeriana che controlla il distretto, guidata da uno psicopatico feticista votato a diventare alieno, e perciò affascinato dal fenomeno in corso nel suo corpo. Wikus non è un eroe, è un uomo spaventato a morte e abbandonato, che ritrova nell’odiato Distretto 9 la sua umanità più vera. Il rapporto con l’alieno Christopher (agli alieni, detti spregiativamente “gamberoni”, vengono dati nomi umani, ad ulteriore prova della distruzione della loro identità) nasce all’insegna del puro bisogno reciproco (il liquido che ha innescato il processo viene recuperato attraverso un’incursione dei due nella sede della MNU in quanto occorre a uno per tornare umano e all’altro per rientrare sul suo pianeta), ma si tramuta in un’amicizia che nessun umano ha mai offerto in precedenza al protagonista.
E così, in uno slancio forse un po’ azzardato, vogliamo vedere nella trasformazione finale di Wikus un’affermazione simbolica di uguaglianza fra terrestri e alieni che la fantascienza riesce a portare addirittura oltre i “confini” dell’essere umano, e che si traduce, per quello che ci riguarda, nell’uguaglianza fra gli occidentali benestanti e i loro simili meno fortunati, provenienti da altre zone della galassia umana. Wikus è alieno e umano insieme, e continua a mandar fiori a sua moglie, che ancora lo ama, e lo cerca. La diversità diventa motivo di uguaglianza.
Nelle parole finali di gratitudine di Jonathan che grazie al suo nuovo amico terrestre riesce a lasciare il pianeta con suo figlio (“Tre anni. E tornerò a prenderti.”) si intravede un agevole punto di partenza per un secondo film, del quale già si parla da più parti in rete. E una storia così, in un sequel, potrebbe arrivare ovunque.
Finalmente, nell’era di pur pregevoli remake, revival, prequel e sequel, un film originalissimo e ben riuscito. Made in South Africa.

2 commenti:

babs ha detto...

lo sapevo che ti sarebbe piaciuto... :-)

Francesco Troccoli ha detto...

Eccome!